Ipotesi sul camminare - Le passeggiate di Robert Walser

Il giorno di Natale del 1956, nei dintorni del paese svizzero di Herisau, un uomo venne trovato morto, riverso nella neve. Risultò trattarsi di un 78enne, certo Robert Walser, che si era allontanato dalla casa di cura in cui viveva per una delle sue passeggiate. Era uno scrittore, ma da 23 anni non scriveva più - da quando cioè aveva cominciato a vivere tra sanatori e case di cura. Oggi è considerato uno dei più grandi scrittori di lingua tedesca del 900, accanto a Kafka e Musil. 

Robert Walser era un camminatore: nel 1896 era tornato a piedi a Bienne, la sua città, da Stoccarda; nel 1913, era tornato, sempre a piedi, da Berlino. Anche negli anni bui le sue “passeggiate” continuarono, e “passeggiare” è l’attività principale di alcuni dei suoi personaggi. In italiano, “passeggiata” è qualcosa di poco impegnativo, che occhieggia al pranzo o alla cena, e si associa a un’idea di benessere fisico. Nell’universo di Walser, invece, le passeggiate durano tutto un giorno, e magari la notte successiva, con qualunque tempo; spesso il passeggiatore non sa come pagherà la pigione, è poveramente vestito, e magari ha fame. “Passeggiata”, Spaziergang, ha dunque per Walser un senso particolare, e due opere, I fratelli Tanner (1907) e La passeggiata (1919) sono forse le più utili per coglierlo.

«Ogni passeggiata è piena di apparizioni, degne di essere viste, degne di essere colte». “Apparizione” è un termine decisivo: significa una percezione totale, improvvisa, capace di trasfigurare la realtà quotidiana. Qualsiasi realtà: pezzi del paesaggio, persone, cose; un castello come una bettola, o una macelleria; un viale alla moda come una sordida viuzza. Che è appunto tale quella in cui Simon, il protagonista de I fratelli Tanner, abita - eppure: «Ridiscese la strada, e si innamorò del dolce quadro che essa offriva...». Oppure: «Sulla sommità della collina si fecero loro incontro le piccole, cadenti casette dei sobborghi. Il sole calante fiammeggiava nelle finestre e le trasformava in occhi splendenti che guardavano lontano, fissi e belli» (Fr.Tann., p.34).

Così episodi apparentemente banali, come dover aspettare a un passaggio a livello, vengono trasfigurati: «Qui al passaggio a livello, pensai fra me, forse si trova in certo modo il culmine, il punto centrale, dal quale in poi tutto andrà declinando» (Pass.,p.71). E ancora: «La terra si faceva sogno; io stesso ero diventato interiorità e procedevo come dentro di essa» (P., p.72).

Che disposizione bisogna avere per passeggiate di questo tipo? «...io non riesco a vivere senza la presenza di un incantesimo», ammette Simon (FT, p.210). Per ottenere questo incanto, il passeggiatore deve rinunciare a ogni “gerarchia”, prima di tutto, fra paesaggi “belli” e paesaggi “brutti” (sociali o naturali che siano): «Le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui in egual misura care, belle e preziose [...] Diversamente, egli passeggia solo con una metà del suo spirito [...]. In ogni momento deve essere disposto a impietosirsi, a simpatizzare, a entusiasmarsi» (P., p.66). Donde una certa ironia verso un altro tipo di camminatore: «Lui è uno che prima fa una passeggiata, studia bene lago, bosco, montagne, torrenti, pozzanghere e sole splendente, se è il caso prende appunti, poi va a casa e ci scrive su un articolo che poi viene stampato sui giornali che significano il mondo» (FT, p.85). Simon, peraltro, procedeva spesso a caso, e a volte sbagliava strada...

Questa trasfigurazione incessante significava vivere in un eterno presente: «Vecchie passeggiate mi tornavano davanti agli occhi. Ma il quadro meraviglioso del presente assurse subito a sensazione dominante. I giorni del futuro impallidivano, il passato dileguava» (P., p.72). Questo eterno presente; questo rifiuto a profittare del passato, a cumulare; questo disinteresse a progettare il futuro, spiegano bene perché Simon e molti altri personaggi di Walser (oltre a Walser stesso) siano, in qualche modo, “sempre allo stesso punto” nel gioco della vita: una auto-emarginazione mite, a volte ingenuamente sentenziosa (verso se stessi e verso la società), e spesso gaia. Era proprio la gaiezza, ed anzi «la felicità» che Kafka, uno dei primi lettori di Walser, avvertiva nel personaggio Simon. Una gaiezza che persino nella scena più tragica del romanzo si arresta solo per un momento, per riprendere subito.

La sera di una lunghissima “passeggiata” Simon trova nella neve il corpo assiderato di Sebastian, un giovanissimo poeta, incompreso ed emarginato. Le esequie, profonde e veloci, che Simon improvvisa, non sarebbero forse dispiaciute a Walser, cinquant’anni dopo. Simon taglia dei rami da un abete, e ne ricopre il corpo, poi si congeda: «Non ho tempo – disse Simon fra sé – devo affrettarmi per raggiungere almeno la prossima città, altrimenti non avrei nessuna paura di rimanere un po’ più a lungo vicino a questo povero morto, che era un poeta e un sognatore. Con quale nobiltà ha scelto la sua tomba. È sotto magnifici abeti verdi, coperti di neve, che egli giace. Non sporgerò denuncia a nessuno» (FT, p.110).

Gian Antonio Gilli

Questo articolo è tratto dalla rivista Camminare. Visita il sito e abbonati!