Da Yerevan a Yerevan. L'Armenia delle vie della seta

Da qualche anno il turismo sta mostrando interesse verso una regione caucasica, l’Armenia, che per ora, salvo il problema dell’enclave Nagorno Karabak, è considerata tranquilla. Oltre al turismo “comodo” proposto dalle grandi agenzie di viaggi, l’Armenia può essere percorsa a piedi o, meglio, in bicicletta.

È una nazione che gli eventi della storia hanno ridotto da grande impero a una regione di circa 30.000 chilometri quadrati a est del monte Ararat, incastonata tra Turchia ad ovest, Iran a sud, Azerbajan a sud est, Georgia a nord.

È popolata da tre milioni di abitanti ai quali si aggiungono altri dieci milioni di armeni sparsi per il mondo che contribuiscono all’economia della piccola nazione povera di risorse.

Dal 21 settembre 1991 l’Armenia è stato sovrano. Risente, come gli altri stati satelliti dell’ex Unione Sovietica, di una profonda crisi di risorse e di una crescita libera, auspicabile ma condizionata purtroppo dalla speculazione e dalla corruzione di chi ha maggior potere: spesso abbiamo incontrato fabbriche chiuse e povertà silenziosa in forte contrasto con la modernità di livello europeo e l’apparente benessere della capitale.

L’itinerario che proponiamo si sviluppa da Yerevan, la capitale, e in senso orario si spinge a nord sfiorando la Georgia, scende verso sud est costeggiando il lago Sevan, arriva alle pendici dell’Ararat, che si trova in Turchia e non è da questa parte accessibile, e rientra a Yerevan completando l’anello. Una camminata, o pedalata, di circa 550 chilometri.

Il nostro cammino inizia da Yerevan, città che supera il milione di abitanti; in centro negozi di lusso, firme di stilisti italiani, atmosfera vivace ma lontana dal caotico e polveroso muovere delle città del medio oriente.

Ci spostiamo a ovest di 25 chilometri concludendo la tappa a Edjmiadzin. Abbiamo lasciato la capitale lungo chilometri di fatiscenti case da gioco, una Las Vegas dei poveri, ed infine la campagna aperta. A metà percorso visitiamo i resti dell’antica basilica di Zvartnots (sec. VII): colonne che misurano la luce abbagliante della piana e l’azzurro del cielo. “Gioia degli angeli” è il significato di Zvartnots e il volo degli angeli sarà nel cielo armeno la nostra visione costante.

Edjmiadzin è la sede del vaticano armeno. Un grande parco è occupato da chiese ed è animato da una moltitudine di fedeli che si spostano da una all’altra parte per le loro devozioni: cerimonie, salmodiare, incenso, e tante candele a onorare le icone sacre. È la sede del catholicòs, il pontefice della chiesa armena.

Entriamo nel mondo locale: ospitalità generosa e spontanea presso una famiglia, che cede un appartamento al piano rialzato di un condominio di epoca sovietica: scale buie con intonaci umidi e sbrecciati, fili elettrici volanti, povertà deprimente ma dignitosa, ma soprattutto grande simpatia e calore umano da chi ci ospita.

Questi sono i motivi dominanti che accompagneranno il nostro cammino.

Aruk, Talin, Artik… Sono le tappe successive. Campagne deserte, pascoli sconfinati e rilievi che ci portano a superare i mille metri. La vastità è dominata alle nostre spalle dalla presenza tra le foschie del monte Ararat. Alto 5137 metri, incombe su questa regione dell’Armenia; considerato la madre di questo popolo, strappato dalle vicende della storia, mai dimentico. È presenza incancellabile nell’ambiente, nelle radici culturali, nel cuore.

Si cammina con un programma di tappa ma non si sa mai con precisione dove si dormirà la sera. Talvolta alberghetti discreti, altre volte sistemazioni precarie, ma sempre disponibilità e simpatia: è questa la nostra scelta.

Dopo sei giorni raggiungiamo Gyumri, 160 chilometri a nord della capitale, circa centomila abitanti. L’ampia valle è dominata dal dolce rilievo del monte Aragats che i supera i quattromila metri. In tarda estate la cima ha ancora qualche chiazza di neve. Penso che in primavera potrebbe essere meta di entusiasmanti gite sci alpinistiche.

Da Gyumri ci spostiamo a est superando un colle e scendendo su Spitak. Si segue la ferrovia che va in Georgia. Panorami vastissimi. Continuiamo a seguire la strada asfaltata con traffico ridotto.

Nei pressi di Spitak, in seguito al terremoto, è stato costruito il villaggio Italia che ora è seguito dai nostri alpini in congedo. Nella popolazione c’è gratitudine per queste opere umanitarie, da queste parti l’essere italiani è una buona referenza.

A Vanadzor pieghiamo verso nord e raggiungiamo Alaverdi in due giorni. Siamo vicini al confine georgiano e il paesaggio è completamente mutato.

Benché la quota sia più bassa, l’ambiente ha l’aspetto alpino. Valli chiuse e strette e tanto verde rispetto all’aridità precedente; ma, nascosti in alto, scopriamo vasti altopiani. Come a Odzun, un villaggio pastorale, una chiesa antichissima, un giovane parroco e la sua bella famiglia. La tradizione dice che quassù passò l’apostolo Tommaso.

Sopra Alaverdi vi sono due monasteri da non perdere tra i primi siti inseriti nel patrimonio Unesco: Sanahin e Haghpat. Minibus e fuoristrada si inerpicano sulla montagna: sono meta obbligata dei turisti che in giornata arrivano dalla capitale.

Si ridiscende verso sud-est attraversando la regione abitata dai “molocani”, una comunità di origine russa. In russo moloko significa latte e tali contadini, non più di duemila anime, furono chiamati così per la loro dieta particolare. È una minoranza etnica che giunse esule dalla Russia all’inizio del XIX secolo perché considerata eretica rispetto alla chiesa di Mosca.

I due villaggi, Liermontovo e Filetovo, si trovano in una piana circondata da montagne. Al contrario degli armeni, pastori, i molocani sono agricoltori: campi coltivati con cura particolare, pinete, boschi di betulle, e nei villaggi piccole chiese che nell’architettura ricordano la cultura originaria.

Con l’undicesima tappa raggiungiamo il lago Sevan: a poco meno di 2000 metri e con un’estensione di ben 3650 chilometri quadrati è un ottavo dell’intera Armenia e dei laghi in quota tra i più estesi. Pare un mare e occorrono due giorni di cammino per costeggiarlo da nord a sud.

I nostri passi seguono le impronte di Tamerlano (1380), di invasori e di mercanti. Come le nostre innumerevoli vie del sale uniscono la costa alla pianura valicando gli Appennini, così in queste regioni corrono le vie della seta e delle spezie. Suggestiva la rotta: Cina, i deserti, Samarcanda, Azerbajan, Armenia, Antiochia, il Mediterraneo, oppure Georgia, l’antico Ponto, il mar Nero, Bisanzio.

Si sale al passo Selim (2410 m.): paesaggi sconfinati, greggi perdute nei pascoli alti, un pastore ci corre incontro e ci porge una mela. Inaspettato scambio di spontanea fraternità.

Yeghegnadzor, nome impronunciabile, monasteri, sedi di antiche università nel nulla, monti che per la luce tersa pare poter toccare.

Finalmente, pellegrinaggio dovuto, si giunge al monastero di Kor Virap. È affacciato alla terra di nessuno che divide l’Armenia dalla Turchia. Oltre, le pendici dell’Ararat e in alto nudi pascoli e dorsali che convergono nella calotta di ghiaccio della cima.

L’anello si conclude con ancora due giorni di cammino. Così, dopo una ventina di giorni rientriamo a Yerevan, ritorniamo alle certezze e alle comodità, ma con la nostalgia dei grandi spazi e il desiderio di riprovarci.

Cenni di storia

“Nel settimo mese, il 17 del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat” (Genesi 8,4).

“Dio parlò a Noè: esci dall’arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. Fa uscire con te tutti gli animali di ogni carne che hai con te, volatili, bestiame tutti i rettili che strisciano sulla terra, affinchè possano brulicare sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino. Uscì dunque Noè con i figli, la moglie e le mogli dei suoi figli” (Genesi 8, 15-18).

Da queste parole nasce l’origine leggendaria del popolo armeno.

L’Armenia, un territorio nel passato ben più vasto, si chiamava Hayastan, cioè terra di Hayq, figlio di Jafet e nipote di Noè. Gli armeni rappresentano uno dei più antichi popoli indoeuropei, che come tribù occupavano la parte orientale della Turchia fino ad Antiochia, la parte nord occidentale dell’Iran e la zona caucasica intorno al lago Sevan.

Intorno al 323 a.C. passarono gli eserciti di Alessandro Magno e circa un secolo dopo il generale cartaginese Annibale, quest’ultimo esule per sfuggire ai romani, si rifugiò ad Artaxana, una grande capitale ai piedi dell’Ararat; di questa grandezza ora restano il tracciato di un canale e poche pietre (e qualche zanzara molesta).

Nel primo secolo a.C. diventò protettorato romano e nel 63 d.C. Nerone, in segno di alleanza con Tiridate I, fece costruire il bellissimo tempio di Mitra in stile ellenistico perfettamente conservato; si trova a Garni a circa 30 chilometri da Yerevan, vale una visita, ed è sulla strada per il monastero di Gheghard (III sec.), dove sarebbe stata venerata la lancia che ferì il costato di Cristo.

Nel corso dei secoli l’Armenia venne più volte smembrata dai popoli invasori e caparbiamente ricomposta. Gli eventi sono complessi e drammatici alternando periodi fecondi a immani tragedie.

Gli arabi (642), i mongoli con Tamerlano (1380), gli ottomani (1514), il genocidio (1915) non sono che i caposaldi di una storia sofferta a cui gli armeni hanno saputo reagire costruendosi una propria forte identità. È naturale l’accostamento al popolo ebraico; non per nulla anch’essi scesero dall’arca.

Nilo Marocchino

Questo articolo è tratto dalla rivista Camminare, il bimestrale di tutti i camminatori. Visita il sito e abbonati!